Cessare per rinascere. Breve intervista sul settore turistico.

Pubblichiamo oggi un’intervista ad un’operatore turistico che ha deciso di chiudere la propria attività e di indirizzare altrove i propri sforzi. Con Trieste sempre nel cuore. È un’intervista che riguarda una categoria di piccoli imprenditore, ma anche una città: Trieste.

L’intervistato, per ovvie ragioni, ha deciso di rimanere anonimo.

Signor X, come mai ha preso la decisione di chiudere la sua attività turistica?

Faccio una premessa. Questa struttura ricettiva che ho deciso di chiudere e che ho creato più di 10 anni fa, in realtà rappresenta la parte finale della mia carriera in campo turistico che si è svolta attraverso varie esperienze di lavoro, caratterizzanti e molto formative, un percorso lungo quasi 30 anni. Peraltro la chiusura di una mia struttura non significa la mia fuorisciuta dal settore, visto che continuerò a restarvi coinvolto poiché contribuisco a gestirne un’altra cui ho partecipato alla creazione. Comunque, alla sua domanda posso rispondere con facilità: perché, nell’Italia di oggi ed in una città come Trieste, non vedo ulteriori opportunità di crescita.

Cosa intende dire? Non crede Trieste sia ad un buon punto con il turismo, come affermano le istituzioni ed anche i media nostrani? E all’Italia, quali criticità attribuisce?

Trieste, nonostante i notevoli miglioramenti avuti nell’ultimo quarto di secolo sotto il profilo dell’incoming e dell’auto-promozione, non è ancora presentabile come una città – non dico a vocazione turistica – ma nemmeno a forte richiamo turistico. Le ricordo che, anche cittadine insignificanti della Svizzera, piuttosto che della Germania, hanno più movimenti turistici su base annuale, statistiche alla mano, di Trieste. Un motivo ci deve pur essere se Verona, solo grazie alla storiella di Romeo e Giulietta, ha più del triplo degli afflussi e dei pernottamenti che ha la nostra città. Se lei va a Verona, si accorgerà che il centro storico – meno imponente del nostro – è tuttavia blindato da un punto di vista commerciale, nel senso che sono veramente pochi i fori commerciali chiusi e il degrado che notiamo in certe zone del Borgo Teresiano, lì non è assolutamente visibile. Le cause sono sicuramente le più varie, ma io per svelarle guarderei in tre direzioni: carattere dei triestini, ciclo storico ed istituzioni pubbliche.

Trieste, quindi, non è un’isola felice?

Credo non lo sia mai stata. Ha vissuto dei momenti migliori, nel periodo del Porto Franco piuttosto che nei commerci con la Jugoslavia (quando c’era) il cui spegnersi è stata la mazzata finale per un’economia privata ormai del proprio raggio d’azione continentale. Quindi, no, Trieste non è un’isola felice, a parte i dati rassicuranti sulla ricchezza finanziaria, quindi non investita, che pubblicano giornali e Tv. Ma vorrei continuare….

Dica, dica…

Il mercato turistico nazionale e locale sono in sofferenza. Intendo parlare del mercato turistico, ufficiale, quello composto di partite iva, società o ditte individuali. Perché a Trieste, come a Roma, prolifera un mercato nero o informale spontaneo. Un mercato che si articola tra airbnb, couchsurfing, e subito.it. Basta andare in questi tre siti per verificare la direzione che sta prendendo la ricezione turistica.

Questa situazione mi ricorda…..mi aiuti…

Forse lei allude all’irruzione perentoria di realtà come Uberpop e Blablacar, che hanno creato non pochi problemi alle categorie professionali dei tassisti, oltreché lavoro aggiuntivo ai Tribunali della Repubblica.

Si, si, proprio a quello pensavo. Pensa si possa fare un parallelo tra le due cose?

Si, un parallelo si può fare, o meglio un confronto non letterale; quello della mobilità è un tema caldo come quello del tempo libero e del mercato immonibiare italiano, tutte questioni collegate al turismo. Tutti settori in crisi profonda e soggetti a cambiamenti epocali.

Mi sembra di capire che lei non è molto in linea con le liberalizzazioni.

No, scusi. Io sono favorevole a tutto ciò che serve ad ampliare la libertà, sono favorevole a tutte le inziative di libertà. Sono contrario alle truffe. E comunque la libertà si deve, per forza, abbinare alla civiltà, non possiamo credere che la libertà significhi ritornare al mondo animale, un mondo senza regole, o meglio, dove ognuno si alza la mattina per distruggere il proprio vicino. Un tipo di società di questo genere è indirizzata all’auto-distruzione.

Quindi?

Qundi regole chiare per tutti, da applicare, tra le quali delle giuste tasse. Le ricordo che le tasse, sono alla base del rapporto di cittadinanza, quindi della società liberale, non di qualche strano sogno dittatoriale.

In che modo, allora, quei soggetti di cui lei parlava, sono fuori dalle regole?

Sono fuori dalle regole poiché svolgono un lavoro che nelle strutture regolari deve essere retribuito, vengono controllate anche dal punto di vista sanitario e di sicurezza personale, non per scelta, ma per obbligo di legge. Pagano inoltre le tasse che sostengono la sanità o la scuola pubbliche, dando – perciò – a tutti l’opportunità di farsi curare in un ospedale pubblico. Chi alimenta, nel nostro settore, l’informalità, in realtà alimenta l’illegalità. È la ragione fondamentale per cui ho chiuso una struttura.

Pensa che i politici abbiano delle responsabilità?

Tutti abbiamo delle responsabilità, chi più chi meno. I politici, che abbiamo eletto, ne hanno di meno, tuttavia, ho più la sensazione che non sappiano dove andare a parare. Manca loro un’esperienza specifica e dei consulenti adeguati. Chi ha più responsabilità sono gli imprenditori e i cittadini che non comprendono il valore di un’economia diffusa che funzioni, nel mondo di oggi. Dalle responsabilità, non bisogna escludere i turisti, che, pur di pagare un prezzo basso, non richiedendo la ricevuta, incentivano il lavoro nero e l’evasione fiscale.

In conclusione?

In conclusione, l’Italia e l’Europa stanno attraversando un momento difficile, ma non se ne esce indebolendo, sfilacciando le relazioni sociali fra produttori, cittadini e Stato. Al contrario; si dovrebbero rafforzare, passando ad un nuovo contratto sociale. O la pagheremo tutti molto cara.

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