Gli stranieri non sono contenti dell’Italia.

Prendete un giapponese che abbia la mezza idea di farsi un viaggio in Italia. Mettete che vada al pc e digiti ‘Italia.it’. Che cosa trova? Solo una scritta fissa: ‘The Italian Tourism Portal is coming soon’. Ma siccome non si arrende, va su Google e cerca ‘italian tourism’. A questo punto troverà al primo posto il sito Enit.it e al secondo Italiantourism.com: quale sarà quello ufficiale? Il giapponese non lo saprà mai. Dopodiché, se è un asso del computer, finirà nel girone dei siti regionali. Dove troverà tutto e il contrario di tutto. Solo due (Liguria e Campania) sono tradotti nella sua lingua, anche se ad accoglierlo ci saranno due giochi di parole difficilmente traducibili: ‘Una terra damare’ e ‘Una regione alla luce del Sole’. Se mastica un po’ di italiano, scoprirà che il nostro Paese ha un doppio ‘cuore verde’, visto che così si definiscono sia l’Umbria sia il Molise. Se invece capisce lo spagnolo, ripiegherà sulle Marche, dove – promette lo slogan – c’è ‘l’Italia in una regione’. Troppa frammentazione nel panorama italiano.

Venti marchi regionali, più i 108 delle province, non fanno un marchio Italia: a tutt’oggi – se non a parole – non esiste un logo unico amicale, quello che gli stranieri chiamano ‘lovemark’, né una strategia unica da vendere all’estero. Insomma, dopo tanti anni, e tante promesse non esiste ancora una strategia organizzativa applicata al Turismo, per il nostro paese.

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